sabato 31 dicembre 2005
venerdì 30 dicembre 2005
Capodanno
L'attutire delle esplosioni da parte del vetro a doppia camera fu complice dell'ovattata situazione in cui si cullava.
Attendeva l'ora in cui l'avrebbe rivista. Non c'era altro motivo per cui festeggiare.
Attendeva l'ora in cui l'avrebbe rivista. Non c'era altro motivo per cui festeggiare.
mercoledì 21 dicembre 2005
Assolo di Mingus
«Perché continui a scrivere?» domandava incuriosita da tanto interesse per quei messaggi scritti senza destinatario.
«Non posso farne a meno» rispose senza guardarla spostando l'attenzione dal monitor allo stereo che emanava suoni jazz.
Charles Mingus era intento nel suo assolo e la stanza si riempiva di vibrazioni al primo ascolto sconnesse.
Il dubbio come al solito si insinuava in lui facilmente e tutto perdeva d'interesse.
Perse fiducia nelle note, ormai non aspettava più la seguente come speranza di vita per la precedente. In un attimo tutti i suoni furono scissi e cominciando a vagare indipendenti, avvolsero il corpo di lei che osservava il quadro alla parete.
«Scrivo perché voglio aggiungere finalmente la mia voce ad un coro immaginario. Spero che un giorno possa valere quanto un assolo di basso».
«Il jazz è difficile da comprendere, spero che i tuoi assolo siano privi di tante ottave».
L'intento era solo quello di poter dare un'emozione, così come quando dipingeva, senza dover spiegare il perché. I perché sono la morte dei significati. La spiegazione risiede nell'emozione che genera la domanda. E' un circolo vizioso che va fermato sul nascere.
«Ti sto descrivendo. Sei un campo giallo di sole, adesso. Qualcuno non capirà a chi o cosa mi riferisco, ma non per questo me ne rammarico».
La speranza riaffiorava come quando, carico di passione, si sentiva pronto a sfidare il mondo intero solo per una frase letta su un libro.
Ricominciò a scrivere, stavolta senza dirle che pensava a lei. Meglio descrivere la gioia che generava in se senza renderlo noto. Regalare una parte di colei che rappresentava "l'attimo intero" fu per lui un atto dovuto al tempo delle attese, alle pupille del futuro.
«Non posso farne a meno» rispose senza guardarla spostando l'attenzione dal monitor allo stereo che emanava suoni jazz.
Charles Mingus era intento nel suo assolo e la stanza si riempiva di vibrazioni al primo ascolto sconnesse.
Il dubbio come al solito si insinuava in lui facilmente e tutto perdeva d'interesse.
Perse fiducia nelle note, ormai non aspettava più la seguente come speranza di vita per la precedente. In un attimo tutti i suoni furono scissi e cominciando a vagare indipendenti, avvolsero il corpo di lei che osservava il quadro alla parete.
«Scrivo perché voglio aggiungere finalmente la mia voce ad un coro immaginario. Spero che un giorno possa valere quanto un assolo di basso».
«Il jazz è difficile da comprendere, spero che i tuoi assolo siano privi di tante ottave».
L'intento era solo quello di poter dare un'emozione, così come quando dipingeva, senza dover spiegare il perché. I perché sono la morte dei significati. La spiegazione risiede nell'emozione che genera la domanda. E' un circolo vizioso che va fermato sul nascere.
«Ti sto descrivendo. Sei un campo giallo di sole, adesso. Qualcuno non capirà a chi o cosa mi riferisco, ma non per questo me ne rammarico».
La speranza riaffiorava come quando, carico di passione, si sentiva pronto a sfidare il mondo intero solo per una frase letta su un libro.
Ricominciò a scrivere, stavolta senza dirle che pensava a lei. Meglio descrivere la gioia che generava in se senza renderlo noto. Regalare una parte di colei che rappresentava "l'attimo intero" fu per lui un atto dovuto al tempo delle attese, alle pupille del futuro.
martedì 20 dicembre 2005
Vetri nel petto
La neve cadeva piano nonostante il vento la deviasse a sinistra. E' strano come, rassegnata, certa neve si sciolga mentre altra, invece, si aggrega a lato della strada. "Si scioglie sempre quella calpestata, pensò. Non è un caso" . Nel petto sentiva lo stesso vuoto che dovevano provare le molecole dei singoli fiocchi quando si disgregavano rassegnate. Non c'era un motivo. Era la tristezza del pomeriggio uggioso. L'urlo di munch lui l'aveva nel petto in quel momento.
"La solitudine -pensò- è il mio giaciglio comodo, ma oggi la odio".
Cominciò a fotografare i fiocchi sentendo l'aria gelida entrare dalla finestra -al piano terra di una cittadina fin troppo calma per i suoi gusti- e schiantarsi sulla fronte.
Le foto venivano mosse. "Fermare la neve col tremore delle mani non è il mio forte. Diminuedo il tempo dell'esposizione la mia vita si allungherà di qualche centesimo di secondo". Da allora le sue foto furono ferme come un lago oppure sottoesposte come una notte senza stelle. Ma la sua vita fu più lunga. Qualche centesimo in più; giusto il tempo di potersi rammaricare per non aver allungato quell'esposizione.
La lente di fronte al suo petto capovolgeva il mondo e lo fissava tra i polmoni dove forse qualche strano scienziato gli aveva installato trentacinque millimetri di pellicola sensibile.
Non aveva paura di esporre il petto alle più svariate forme di luce che gli si presentavano. ma quel giorno chiuse l'otturatore ed insieme anche le tende.
Alle 9 del mattino il rumore della neve è assordante, soprattutto se si è in una zona di montagna dopo una notte di guida.
Il riverbero del sole rende tutto irreale per chi, cresciuto in una metropoli caotica, non conosce quei paesaggi fatti di armonia naturale.
La contrapposizione tra palazzi ed alberi svuota l'udito lasciando posto al fruscio delle milioni di cadute gelide.
E allora cominci a lasciare un segno, calpesti il candore bianco uniformando al tuo stato d'animo quella spudorata tranquillità.
I pneumatici cambiati da poco lasciano la traccia indelebile del tuo volontario fuoristrada. "Così sgranchisco le gambe" pensò mentre cominciava a sentire l'effetto del tè targato autogrill. Ridendo pensò "Forse servira ad allacciarlo alla cintura" osservando il bicchiere con quelle due strane alette. Intanto il bruciore alle dita suggerì l'uso dei due archetti come manico del bicchiere-tazza. A volte ci si può illuminare un pò con un tè mattutino ed uno scontrino nella giacca.
La macchina fotografica giaceva esausta sul sedile del passeggero. "Conserva ricordi destinati ad essere riutilizzati casualmente. Prima o poi farò ordine nelle cartelle delle foto. Ho paura di perdere tutto".
L'aria ghiacciata mandava in fiamme il bicchiere che fumava vivacemente. "Una speranza che si affievolisce somiglia alla battaglia del the con il freddo. Spero che la macchina cominci a fotografarmi ora, mentre mi godo quest'attimo di eternità. Io ora proprio non ne ho voglia".
Tornando alla guida il tepore gli sembrò superfluo. Premette i tasti affinchè tutta l'auto godesse di quel freddo intenso. Cambiando l'aria cambiò l'umore.
L'auto in discesa tornò sulla strada silenziosa senza l'ausilio del motore ritracciando la sua stessa scia. Quel fruscio ovattato non andava disturbato, nè tantomeno il pentimento per non aver scattato.
Infondo le lacrime non sono acqua che andrà a diventare neve?
Spesso la gioia tira strani scherzi e le fotografie sono complici. veri pugni allo stomaco, ferite di lama incandescente inaspettate.
"E allora va bene, guardiamo in frigo. Lasciamoci prendere dalla fame istintiva e da un bacardi gelido di compagnia".
Quella sera ancora neve su neve accompagnarono passi svelti scricchiolanti.
Al quel cinema strano di parrocchia proiettano "lavorare con lentezza". Allora si entra nella sala calda e rossa di tappezzeria in vecchio stile. Un ambiente familiare. Ricordi di gioventù che accompagnano i pensieri più scontati "allora invecchio anche io".
Una risata forte e piena ruppe il velluto che pendeva dagli ingressi e si diffuse come un contagio.
Al ritorno ripensò a quegli studenti che cercavano di cambiare il mondo con una radio. Forse non era solo in quel senso di impotenza che seguivano i migliori momenti di gloria.
Allora chiuse gli occhi, e godette di quella favolosa disillusione di passi e risate, rivestiti di velluto rosso.
"La solitudine -pensò- è il mio giaciglio comodo, ma oggi la odio".
Cominciò a fotografare i fiocchi sentendo l'aria gelida entrare dalla finestra -al piano terra di una cittadina fin troppo calma per i suoi gusti- e schiantarsi sulla fronte.
Le foto venivano mosse. "Fermare la neve col tremore delle mani non è il mio forte. Diminuedo il tempo dell'esposizione la mia vita si allungherà di qualche centesimo di secondo". Da allora le sue foto furono ferme come un lago oppure sottoesposte come una notte senza stelle. Ma la sua vita fu più lunga. Qualche centesimo in più; giusto il tempo di potersi rammaricare per non aver allungato quell'esposizione.
La lente di fronte al suo petto capovolgeva il mondo e lo fissava tra i polmoni dove forse qualche strano scienziato gli aveva installato trentacinque millimetri di pellicola sensibile.
Non aveva paura di esporre il petto alle più svariate forme di luce che gli si presentavano. ma quel giorno chiuse l'otturatore ed insieme anche le tende.
Alle 9 del mattino il rumore della neve è assordante, soprattutto se si è in una zona di montagna dopo una notte di guida.
Il riverbero del sole rende tutto irreale per chi, cresciuto in una metropoli caotica, non conosce quei paesaggi fatti di armonia naturale.
La contrapposizione tra palazzi ed alberi svuota l'udito lasciando posto al fruscio delle milioni di cadute gelide.
E allora cominci a lasciare un segno, calpesti il candore bianco uniformando al tuo stato d'animo quella spudorata tranquillità.
I pneumatici cambiati da poco lasciano la traccia indelebile del tuo volontario fuoristrada. "Così sgranchisco le gambe" pensò mentre cominciava a sentire l'effetto del tè targato autogrill. Ridendo pensò "Forse servira ad allacciarlo alla cintura" osservando il bicchiere con quelle due strane alette. Intanto il bruciore alle dita suggerì l'uso dei due archetti come manico del bicchiere-tazza. A volte ci si può illuminare un pò con un tè mattutino ed uno scontrino nella giacca.
La macchina fotografica giaceva esausta sul sedile del passeggero. "Conserva ricordi destinati ad essere riutilizzati casualmente. Prima o poi farò ordine nelle cartelle delle foto. Ho paura di perdere tutto".
L'aria ghiacciata mandava in fiamme il bicchiere che fumava vivacemente. "Una speranza che si affievolisce somiglia alla battaglia del the con il freddo. Spero che la macchina cominci a fotografarmi ora, mentre mi godo quest'attimo di eternità. Io ora proprio non ne ho voglia".
Tornando alla guida il tepore gli sembrò superfluo. Premette i tasti affinchè tutta l'auto godesse di quel freddo intenso. Cambiando l'aria cambiò l'umore.
L'auto in discesa tornò sulla strada silenziosa senza l'ausilio del motore ritracciando la sua stessa scia. Quel fruscio ovattato non andava disturbato, nè tantomeno il pentimento per non aver scattato.
Infondo le lacrime non sono acqua che andrà a diventare neve?
Spesso la gioia tira strani scherzi e le fotografie sono complici. veri pugni allo stomaco, ferite di lama incandescente inaspettate.
"E allora va bene, guardiamo in frigo. Lasciamoci prendere dalla fame istintiva e da un bacardi gelido di compagnia".
Quella sera ancora neve su neve accompagnarono passi svelti scricchiolanti.
Al quel cinema strano di parrocchia proiettano "lavorare con lentezza". Allora si entra nella sala calda e rossa di tappezzeria in vecchio stile. Un ambiente familiare. Ricordi di gioventù che accompagnano i pensieri più scontati "allora invecchio anche io".
Una risata forte e piena ruppe il velluto che pendeva dagli ingressi e si diffuse come un contagio.
Al ritorno ripensò a quegli studenti che cercavano di cambiare il mondo con una radio. Forse non era solo in quel senso di impotenza che seguivano i migliori momenti di gloria.
Allora chiuse gli occhi, e godette di quella favolosa disillusione di passi e risate, rivestiti di velluto rosso.
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